Ricevo a Milano in San Babila, Città Studi e Porta Ticinese

Le cause del disturbo Borderline

Borderline” è un termine di origine inglese traducibile letteralmente con i sostantivi “confine” e “limite”. In psichiatria e psicologia, tale concetto è emerso nel momento in cui i clinici osservavano pazienti con un disagio psichico decisamente rilevante, ma non tale da essere inquadrato come schizofrenia. Attualmente, il termine “borderline” indica una struttura di personalità fortemente sofferente, ma sicuramente non esposta a scompensi psicotici permanenti.

Il concetto di borderline è stato inteso come eterogeneo ed è il motivo per cui nel tempo ne sono state date molteplici definizioni. Indipendentemente dalle diverse sottocategorie di diagnosi borderline rilevate, nel 1968, Grinker et al. individuarono quattro tratti fondamentali sempre presenti:

  1. la rabbia come emozione dominante;
  2. l’instabilità nei rapporti interpersonali;
  3. l’instabilità dell’identità;
  4. il senso di depressione pervasivo.

Oltre al problema di definire il concetto di borderline, tale disturbo solleva a tutt’oggi disaccordi circa le cause che lo determinano.

Peter Fonagy, psicanalista autorevole e ricercatore nel campo dell’attaccamento, ha contribuito significativamente a comprendere i motivi scatenanti la patologia. Egli ha assegnato un ruolo principale alla relazione dei genitori con il figlio nel determinare il mondo mentale del bambino, vale a dire il modo attraverso cui il piccolo pensa. I genitori che presentano una buona capacità riflessiva – capacità che permette di riconoscere gli stati mentali propri e degli altri – favoriscono un attaccamento sicuro nel bambino e ciò rappresenta il veicolo fondamentale per creare un’elevata abilità riflessiva del bambino. Pertanto, una “base sicura” fornisce la situazione ideale per il bambino per indagare la mente dell’adulto. Conoscendo la mente dell’altro si sviluppa la capacità di comprendere gli stati mentali, ma ciò rappresenta l’aspetto su cui i soggetti borderline risultano deficitari. Fonagy non esclude che alla base del funzionamento borderline vi siano cause biologiche e genetiche, ma sostiene che la difficoltà di riflettere sui propri ed altrui stati mentali sia sempre un fattore di notevole rilevanza nel funzionamento borderline. Attraverso la ricerca clinica e sperimentale, l’autore ha osservato che l’aspetto più frequentemente rilevato nelle persone con un’organizzazione “al limite” è la difficoltà dei loro legami di attaccamento che si palesano come disorganizzati, caotici, intensi ma di breve durata.

Le ricerche di Fonagy dimostrano come i pazienti con disturbo borderline abbiano uno stile di pensiero paragonabile a quello di persone che nell’infanzia hanno subito dei maltrattamenti tanto è vero che i soggetti con alle spalle esperienze traumatiche dovute a gravi maltrattamenti durante l’infanzia tendono ad inibire la loro capacità riflessiva: è come se i pazienti borderline, allo stesso modo di quelli maltrattati, rifiutassero di capire il contenuto mentale delle figure di attaccamento così da proteggersi difensivamente dal pensiero del genitore che procura loro del male con il maltrattamento o con un attaccamento caotico e confusivo.

Il bambino maltrattato, esattamente come quello che nel tempo esprimerà un disturbo borderline di personalità, non riuscendo ad usufruire di un solido riferimento affettivo, coerente e sicuro, si trova obbligato ad adottare una modalità meno mentalizzante risultando penalizzato nella sua capacità riflessiva e, pertanto, impossibilitato a risolvere ed elaborare l’esperienza traumatica subita. Per aiutare il bambino ad elaborare ed avvicinarsi ai propri vissuti emotivi, sarebbe utile agevolarlo trasformandogli in forme più compatibili di pensiero l’esperienza disturbante vissuta (che è proprio quello che le figure di attaccamento non sono in grado di fare).

L’autore spiega che il compito fondamentale del genitore, che in maniera così potente indirettamente condiziona le qualità mentali del figlio, è saper vedere il bambino come un essere intenzionale, capace di pensare, di avere desideri e credenze. Il bambino ha così l’opportunità di trovare se stesso nell’altro in quanto soggetto mentalizzante e di essere incoraggiato a riflettere sul proprio comportamento e su quello degli altri dandosi spiegazioni ed immergendosi nell’esplorazione del proprio ed altrui mondo interno.

La dott.ssa Alessia Giulia Santoro, Psicologa a Milano e Psicoterapeuta si occupa di Disturbo Borderline della Personalità a Milano. Esercita la sua attività presso il Punto Raf dell’Ospedale San Raffaele di Milano. Collabora presso lo Studio Psichiatria Integrata con la dott.ssa Cristina Selvi, psichiatra, in piazza Gorini 6, Milano.