Ricevo a Milano in San Babila, Città Studi e Porta Ticinese
Psicoterapueta e psicologa a Milano per ritrovare la consapevolezza

La neuroplasticità del cervello

Sviluppando la capacità di consapevolezza, la struttura fisica del nostro cervello si modifica perché aumentare la capacità di leggere gli eventi interni ed esterni stimola il cervello a creare nuove connessioni.
Il modo con cui utilizziamo la nostra attenzione plasma i circuiti cerebrali. Si tratta di una delle più rilevanti scoperte delle neuroscienze dell’ultimo ventennio.

All’interno di tale scoperta, è sottinteso il presupposto che la struttura del cervello può modificare le sue connessioni per tutto il corso della vita e non solo durante l’infanzia. Questa è la migliore notizia che possiamo ricevere: a prescindere dal nostro passato e dall’uso che abbiamo fatto del nostro cervello, non è mai troppo tardi per stimolare la crescita dei circuiti neurali che permettono di accrescere la nostra capacità di consapevolezza.
Qualsiasi esperienza di vita non è in grado di limitare il cervello nella sua crescita, siano esse esperienze buone o negative. Quante volte è capitato di incontrare persone anziane che ci hanno raccontato di un loro passato difficile e doloroso e che oggi sono diventati esperti nel generare benessere attraverso un buono stile di pensiero e riflessività? Ciò deve essere la conferma, eccitante e sensazionale, che il nostro cervello non smette di evolvere in risposta ad alcuna esperienza.
Fin dai primi giorni di vita, il cervello è immaturo ed è plasmato dalle interazioni con le persone e, in generale, con il mondo. Da tali esperienze, diamo inconsapevolmente l’avvio alla costruzione delle connessioni sinaptiche (connessioni che mettono in collegamento i neuroni) ed è questo il modo attraverso cui si modella il cervello andando a modificare addirittura la parte innata dell’essere umano, cioè quella che ci è stata donata geneticamente.
Si rimane stupiti di fronte alla potenza che hanno su di noi le esperienze che facciamo e soprattutto il modo con cui le osserviamo ed impariamo da esse. In sintesi, si potrebbe dire che fare esperienza consapevolmente significa attivare i neuroni. Quando essi si attivano insieme, il nucleo di controllo centrale del neurone si “esprime”, vale a dire che sintetizza delle proteine che permettono sia di costruire nuove connessioni sinaptiche sia di produrre la mielina, guaina grassa che ricopre le sinapsi aumentando di cento volte la velocità di comunicazione tra neuroni. Ciò può avvenire per tutto il corso della nostra vita combattendo così l’invecchiamento cerebrale. Sta all’individuo la scelta di riservarsi e mantenere attivo ed efficiente il proprio cervello.

Che cosa significa abituazione

Fare esperienze in maniera consapevole, vale a dire sapendo cogliere ciò che si sta vivendo, è una capacità dell’essere umano che decide di non farsi mancare la possibilità di entrare in nuove situazioni, oppure di notare in modo attento e curioso gli stimoli della sua realtà osservandoli con “la mente del principiante” (come affermano le teorie della tradizione buddhista). La consapevolezza allargata verso tutti gli stimoli, siano essi interni o esterni all’individuo, porta una minore inclinazione verso l’abituazione, fenomeno di natura cerebrale. Quando si parla di abituazione si intende che l’attività neuronale si riduce o rimane passiva di fronte a stimoli che vengono ripetuti più volte. E’ come se ci si abituasse a quello stimolo tanto da non “osservarlo” più e da non attivare più l’attività dei neuroni che, pertanto, diventano passivi e non si esprimono con nuove connessioni sinaptiche.

Studi di neuroscienze

Diversi studi sulle neuroscienze hanno preso a riferimento le EEG (elettroencefalogramma) di persone pratiche di meditazione proprio perché in grado di mantenere un livello di “osservazione consapevole” dell’esperienza” degli eventi maggiore e più completa rispetto alla gente poco riflessiva e non sempre incline a cogliere gli aspetti della realtà. Uno studio di Kasamatu e Hirai del lontano 1973 già dimostrava tale fenomeno. I due autori analizzarono e misero a confronto i tracciati dell’elettroencefalogramma di quattro monaci zen di elevata esperienza, capaci quindi di meditare sugli elementi esteriori ed interiori di loro stessi senza mai dare nulla per scontato ed abituale, con i tracciati di un campione di controllo di persone non-meditatrici.

Ciò che è emerso è che i maestri zen, sottoposti ogni volta agli stessi stimoli, come ad esempio un ticchettio o altri suoni ripetuti, non mostravano segni di abituazione. L’elettroencefalogramma mostrava un’attività neuronale viva e accesa. Altri studi che hanno utilizzato tecniche di neuroimaging (risonanza magnetica) hanno identificato differenze specifiche nelle persone più attente e meditative non solo nell’attivazione di circuiti neuronali, ma anche nella struttura cerebrale stessa. Ciò significa che riuscire a prestare attenzione consapevolmente agli stimoli, anche se conosciuti e ripetitivi, riuscendo così a procurarsi costantemente il vissuto di “fare esperienza” comporta effetti a lungo termine addirittura sulla struttura del cervello. I risultati che, in breve, sono stati esposti in merito alla ricerca neurobiologica sono molto incoraggianti dal punto di vista clinico: il cervello è uno strumento potente che può modificarsi in modo strutturale e funzionale in risposta alla capacità dell’individuo di fare esperienza, vale a dire di dare attenzione in modo costante e completo a ciò che vive.

La dott.ssa Alessia Santoro, Psicologa a Milano e Psicoterapeuta, riceve a Milano, in zona San Babila in via Cesare Battisti 1; in zona Città Studi in P.le Gorini 6; in zona Porta Ticinese presso Punto Raf, via Santa Croce 10/A.