Disturbo narcisistico

Personalità narcisistiche e psicoterapia

Il Narcisismo, quando si presenta in maniera evidente ed interferisce con il benessere della vita di un individuo, viene considerato un vero disturbo della personalità.

Le personalità narcisistiche sottendono un grande margine di fragilità e di sensibilità che le rende bisognose affettivamente ma poco capaci di manifestare agli altri tale bisogno. Spesso i narcisisti sono poco consapevoli di possedere un tratto fragile ed insicuro e, se lo intuiscono, lo rinnegano connotandolo come un brutto tratto che non deve appartener loro e che non va mostrato.

Nella nostra cultura, c’è poco spazio per l’accettazione delle parti fragili dell’individuo. La società supporta e valorizza chi è vincente e forte ma non chi è debole e dipendente.

Avendo il soggetto narcisista un sottofondo di fragilità, è predisposto ad essere fortemente giudicante verso sé stesso. Un atteggiamento interiore giudicante, un “Super-Io severo” come direbbe Freud, è ciò che anima tali personalità. Rimuginano sulla paura di apparire inadeguate e non all’altezza e puntano sulle risorse visibili di loro stessi come la bellezza, la ricchezza, l’apparente gentilezza, l’educazione o la correttezza politica invece che sulla sostanza autentica della loro identità. Il narcisista spende la vita intera a dimostrare di valere ricercando sostegno esterno ed approvazione (di cui ne sono inconsapevolmente ma fortemente dipendenti).

La personalità narcisistica è organizzata intorno al mantenimento dell’autostima attraverso le conferme che provengono dall’esterno. La sensibilità al riscontro altrui sottende un grado sproporzionato di concentrazione su di sé e di preoccupazione per come si viene riconosciuti. Tutti noi cerchiamo di valorizzare la nostra identità e siamo suscettibili all’approvazione e colpiti dalla disapprovazione, ma perché per alcuni di noi la ricerca di rifornimento e di sostegno all’autostima diventa così fondamentale da strutturarsi completamente intorno alle risposte esterne? Proviamo ad indagarne brevemente le cause.

Da sempre, il modello che tenta di spiegare ciò che causa una struttura narcisistica punta al deficit, come se nella vita interiore della persona con funzionamento narcisistico mancasse qualcosa (deficit) o avesse avuto delusioni precoci o carenze nella sfera relazionale tali da sviluppare una struttura fondamentalmente insicura che tenta di ricompensarsi costantemente cercando rifornimenti da fuori.

Come vengono ricercate e ottenute le conferme? Attraverso la capacità di compiacere o di “ammaliare” l’interlocutore. A tal proposito, un dato molto interessante arriva da alcune ricerche cliniche che riconoscono un fattore che predispone all’organizzazione narcisistica. Si tratta di una particolare sensibilità ai messaggi emotivi non verbalizzati dell’ambiente sociale circostante. Una spiccata capacità di percepire gli atteggiamenti e le aspettative non esplicitate degli altri allineandosi con queste, compiacendole appunto, per ottenere il massimo dell’approvazione e del sostegno.

Oltre a ciò, il narcisista si lega e mantiene i rapporti con quelle persone (definite in gergo psicologico ‘oggetto-sé’) che hanno un ruolo efficace nel rinforzare la propria considerazione positiva.

L’origine di tutto ciò va ricercata nelle prime esperienze che pongono le basi della struttura di personalità dell’individuo e quindi nella famiglia. I genitori trasmettono il modo in cui percepiscono il figlio e su questa considerazione il bambino inizia a fondare l’idea di sé. Esistono genitori che non sono propriamente in grado di vedere il figlio per ciò che è, ma lo identificano per ciò che deve essere per loro.

Alice Miller, studiosa dei disturbi della personalità, riteneva che nelle famiglie ci potesse essere un figlio inconsapevolmente “utilizzato” dai genitori (o da un solo genitore) per mantenere alta la loro autostima e che il bambino stesso crescesse cercando di ottenere l’approvazione del genitore soddisfatto di lui. Si tratta di una sorta di doppio rinforzo in cui genitore e figlio si sostengono e si approvano a vicenda non per ciò che sono ma per ciò che piace. Le teorie di Alice Miller puntano a voler spiegare il concetto di ‘estensione narcisistica’, vale a dire che la persona diventa un’appendice narcisistica di un’altra. Il figlio, rinforzato da questo erroneo meccanismo utile solo ad aumentare la dipendenza dagli altri, ripropone la stessa dinamica anche fuori dalla famiglia.

Diversi sono i modi di esprimere la personalità narcisistica (può manifestarsi in modo grandioso, oppure introverso e timido, in maniera più o meno aggressiva) poiché diverse sono le manifestazioni delle difficoltà dell’identità ma tutti sono accomunati dal terrore di rivelare una sostanza di sé negativa, vuota, inadeguata, di svelare debolezza, inferiorità con gran senso di vergogna e sofferenza. Purtroppo, il soggetto narcisista è inconsapevolmente cresciuto con l’idea di non essere valido per quello che è profondamente ed autenticamente. Si maschera di un’immagine per non rivelare le criticità che lui stesso attribuisce al suo essere profondo.

Il paziente narcisista suscita sentimenti di tenerezza e di protezione da parte dello psicoterapeuta che deve usare tutta la delicatezza di cui è capace per approcciarlo altrimenti il rischio è di scatenare meccanismi di difesa che non solo lo portano a chiudersi, ma anche ad accrescere ulteriormente il senso di fallimento e di invalidità (nonché una visione ancora più negativa dell’ambiente sociale). Fondamentalmente, il paziente narcisista è una persona da sempre incompresa, non vista, mortificata e ferita nel profondo della sua identità, non libera ma obbligata ad ottenere il consenso altrui per sentirsi buono e valido. Si tratta di persone alle quali accostarsi dando loro coraggio e fiducia per aiutarli a far emergere le parti più vere della loro persona.

Al costo della fame di riconoscimento si possono aggiungere ulteriori disagi di tipo ansioso, depressivo, malinconico o ossessivo. Il fatto che si associno patologie ulteriori al disturbo narcisistico sottolinea l’alto grado di sofferenza interiore di questi pazienti, sofferenza spesso ben celata e sotterrata attraverso meccanismi di difesa e condotte di compensazione.

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