Dipendenza da sostanze
Shopping Compulsivo

Una volta il concetto di dipendenza era riferito all’uso di alcol e droghe. Attualmente, ricercatori e clinici considerano la dipendenza non più limitata all’assunzione di sostanze, ma a qualsiasi esperienza così appagante da poter causare una compulsione a ripetere. Esistono, quindi, atteggiamenti di dipendenza essenzialmente verso sensazioni gratificanti che soddisfano i bisogni umani e che rappresentano una ricompensa psicologica e quindi non solo nei confronti di qualche sostanza da ingerire ma anche di qualcosa che viene agito.

L’addiction è fondamentalmente un disturbo determinato da un’alterazione delle strutture mentali che causa un cambiamento disfunzionale del modo di esprimersi da parte della persona. Tale modalità di espressione si esplica nella tendenza al soddisfacimento immediato dei bisogni, nella compulsività, nella difficoltà di controllo che comporta l’incapacità di limitare l’attività nonostante i sensi di colpa o i problemi familiari e finanziari.

Lo shopping compulsivo

Lo shopping compulsivo era già stato studiato da illustri psichiatri (Kraepelin e Bleuler) nei primi anni del 900; godeva addirittura di una definizione specifica “Oniomania”, dal greco oniomai che significa comprare, ma poi è stato dimenticato fino ad essere nuovamente affrontato negli ultimi due decenni.  Attualmente, parlare di shopping addiction significa rapportarsi ad una sindrome clinica ben definita che mostra elementi appartenenti al disturbo ossessivo-compulsivo ed al disturbo del controllo degli impulsi e che è causa di significativi effetti disfunzionali a livello psicologico. Da un punto di vista psicoanalitico, tale patologia rientra appieno nella categoria dei disturbi degli impulsi e presenta precursori di sviluppo comuni al narcisismo patologico.

Certamente, questo disturbo è correlato al periodo storico ed alla situazione socio-economica che caratterizza le culture più ricche. I beni materiali occupano un ruolo molto potente dal momento che, tramite essi, ognuno di noi veicola la propria identità, il proprio status sociale, regola l’umore e dimostra alla comunità il proprio livello di benessere e di felicità. Il possedere dei beni determina, superficialmente, il valore della persona che si sentirà molto più appagata e soddisfatta di sé tanto più riesce a presentarsi al mondo simile ad un sé ideale. Ad un livello maggiormente profondo, la dipendenza da shopping risulta essere il sintomo di un conflitto interiore, il modo per regolare ed attenuare problemi esistenziali. I vestiti, le scarpe, la cosmesi, i gioielli, il cellulare, l’auto, l’arredo, la casa ed altro ancora rappresentano una stampella concreta ad un instabile senso di sé; essi infondono una illusoria fiducia ad individui che nutrono un vissuto di disistima; essi riescono travestire temporaneamente la persona e ha coprire le sensazioni sgradevoli che essa avverte, consapevolmente o meno, di sé. È come se si richiedesse agli abiti o, in generale ai beni materiali, di rappresentare la propria persona poiché ci si sente troppo deboli ed inadeguati per essere in grado di scoprirsi di tali protezioni. Comprare restituisce una prima sensazione emotiva di eccitazione ed affermazione, ma, per contro, sono presenti ulteriori emozioni sgradevoli come un senso di nervosismo, irrequietezza, profondi sensi di colpa per non riuscire ad  autocontrollarsi. Ciò alimenta ancor di più quell’originale stato di disistima ed inadeguatezza. Spesso, l’energia utilizzata per mantenere questa compulsione argina l’impegno del soggetto a raggiungere altri obiettivi maggiormente adeguati che possono fornire una buona sensazione di realizzazione ed indipendenza.

Shopping socialmente accettabile

È difficile distanziarsi da questo problema anche perché lo shopping è socialmente accettabile. Nella vita è naturale comprare, bisogna avere dei vestiti nell’armadio, quindi è un comportamento che fa parte del quotidiano ed è facilmente accettabile. Oltre a ciò, a differenza della dipendenza da sostanze, non altera lo stato di coscienza e non ci sono gravi conseguenze psico-fisiche. Inoltre, dà piacere ed orgoglio avere in famiglia persone che tengono alla loro immagine ed al loro guardaroba e che sono socialmente desiderabili.

Si considera che la percentuale di persone che soffrono di questa patologia sia tra il 2 e l’8% tra la popolazione adulta degli USA con una proporzione tra donne-uomini di 9 a 1. Tra le vari spiegazioni di questo disequilibrio tra i due sessi, vi è che le donne sono più propense a ricercare informazioni sui beni di consumo e tendenzialmente sono inclini a chiedere aiuto per i problemi personali ricercando il rimedio negli acquisti. Per ciò che concerne gli shopper addicted uomini, si può delineare un profilo composto dalle seguenti caratteristiche: trattasi di giovani istruiti, con discrete e stabili possibilità finanziarie, professionisti, interessati alla moda e alla cura del corpo, lontani dal modello maschile tradizionale.

Trattamento psicoterapeutico

Per ciò che concerne il trattamento psicoterapeutico, ci si propone di osservare l’impulso all’acquisto come una modalità per regolare i propri stati emotivi-affettivi, come possibilità di contrastare il senso di inadeguatezza, di vuoto, di depressione, di ansia e stress patologico. Si considera la percezione che il paziente nutre profondamente nei confronti idi sé stesso e si affronta la difficoltà di tollerare e vivere situazioni dolorose ed emotivamente complesse considerando che per tali soggetti ogni esito spiacevole delle proprie esperienze è vissuto con un grave senso di fallimento personale che va assolutamente eliminato o compensato con una gratificazione piacevole. La negazione dei sentimenti negativi risulta l’unica soluzione che essi intravedono per non cadere negli stati di depressione e disperazione. Qualora i sentimenti di ansia e depressione fossero clinicamente significativi risulta opportuno, nonché necessario un sostegno psichiatrico di tipo farmacologico.

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