Mindfulness
Le origini all’interno della concezione psicologia orientale

Nell’ultimo decennio è accresciuto notevolmente l‘interesse nei confronti della psicologia orientale come possibile utilizzo in ambito clinico. Le discipline orientali si basano sulla meditazione e hanno una visione della mente come soggetto principale della coscienza umana individuandola come responsabile dei fenomeni interni (gioia, sofferenza, ecc.) e sorgente di comprensione dei fenomeni esterni (la lettura del mondo esterno).

Il pensiero buddhista afferma che “Tutti i fenomeni sono preceduti dalla mente. Quando la mente è compresa, tutti i fenomeni sono compresi. Tenendo sotto controllo la mente, tutte le cose sono sotto controllo”. Ciò è totalmente in antitesi con il pensiero moderno occidentale che sostiene che il controllo dell’ambiente e del corpo possa modificare il benessere o la sofferenza dell’uomo. Sicuramente la scienza occidentale ha il merito straordinario di aver compreso il mondo esterno attraverso l’utilizzo della fisica, della farmacologia, della chimica e della medicina per la cura delle malattie, ma in tal modo si è concentrata sullo studio di rimedi al di fuori di sé. La prospettiva orientale invece, considera la scienza interiore come cura fondamentale e presta assoluta importanza alle risorse positive presenti dentro di sé.

Un ulteriore aspetto enfatizzato dalla concezione orientale, è l’unità mente-corpo. Nelle pratiche meditative, le due realtà comunicano costantemente aprendosi al concetto dell’essere vivente globale che riconosce e assorbe le percezioni del corpo quali spunto di informazione riguardo la sfera cognitivo-emozionale. Tale aspetto risulta molto rilevante considerando che molti pazienti utilizzano il corpo ed i suoi segnali per comunicare informazioni circa la loro salute mentale e la loro esperienza interiore. Nel tempo, la psicologia orientale ha dimostrato di come i cambiamenti del corpo e della mente si influenzino reciprocamente e di come si possa intervenire volontariamente per esplorarli e controllarli. Dai segnali che il corpo e la mente manifestano si apre un canale di osservazione produttiva affermando così il grande potere che esercitiamo su noi stessi. La clinica occidentale, al contrario, fino a poco tempo fa, ha cercato di fronteggiare il sintomo corporeo, per quanto potesse essere scatenato anche da fattori interiori come ad esempio pensieri o emozioni distruttivi, attraverso farmaci miracolosi che tanto placano il malessere mentale quanto annullano la possibilità di osservarlo e affrontarlo utilizzando il potere della mente. Ciò non significa che si debba fare a meno dei farmaci, ma che essi possano per lo meno essere, nei casi in cui sono necessari, parte integrante e di cui si ha consapevolezza di un percorso di guarigione.

Mindfulness: cos’è?

Si tratta di un modo di rapportarsi ad ogni esperienza, capace di ridurre la sofferenza e lo stress anche di fronte a problemi psicologici gravi oppure esperienze e difficoltà della vita quotidiane o straordinarie. La mindfulness appartiene alla natura dell’uomo, vale a dire la capacità di essere interamente consapevoli. Per poter essere assolutamente abili a mantenere la consapevolezza momento per momento, specialmente nel pieno delle tempeste emotive, bisogna imparare ed allenarsi. L’esperienza concreta è ciò che permette di afferrare cosa significhi veramente aumentare il grado di consapevolezza di sé e saper fronteggiare anche le sofferenze più acute.

La mindfulness viene definita come una forma di intelligenza pratica che ci aiuta a gestire la mente cercando, in modo particolare, di correggere le cattive abitudini radicate consolidate nel pensiero che producono sentimenti disfunzionali per sé stessi (infelicità, rabbia, invidia, dipendenza, ecc.).

La mindfulness è una pratica della mente che si può coltivare attraverso esercizi mentali intenzionali, esattamente come il proprio corpo si può allenare con l’esercizio regolare.

Capire meglio la pratica
  • La mindfulness non implica svuotare la mente come invece alcune altre pratiche cognitive fanno. La mindfulness semmai aumenta la consapevolezza di ciò che si pensa mentre si pensa;
  • La mindfulness non ha lo scopo di liberarsi delle emozioni, soprattutto quelle sgradevoli. Non si tratta di una pratica di distrazione da sé, al contrario. Le emozioni vengono osservate in maniera più nitida aumentando la capacità di riconoscere come ci sentiamo;
  • Non implica ritirarsi dalla vita per praticare la consapevolezza. Certamente, il periodo dedicato alla pratica beneficia maggiormente di un ambiente silenzioso ed essenziale, ma la mindfulness necessita delle esperienze della vita presente prestando ad esse attenzione;
  • Attraverso la mindfulness non si conquista la felicità, semplicemente si impara a non aggrapparsi agli stati mentali in generale. Le emozioni si lasciano sorge e poi si lasciano andare, non si respinge nulla ma non ci si aggrappa a nulla.
  • La mindfulness insegna ad osservare in modo non giudicante il proprio mondo interno e ciò ha molteplici benefici. L’intento non è sfuggire dal dolore, ma fronteggiarlo. Bisogna tenere la posizione di osservazione anche di fronte al dolore che viene così notato in maniera più vivida. Senza scacciare il dolore, ci si può permettere di esplorare e conoscere meglio il disagio emozionale scoprendo così di poterlo sopportare.

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