Disturbi d’ansia
Le dinamiche familiari del paziente con attacco di panico

L’attacco di panico è una manifestazione violenta e perturbante che si pone come un segnale della necessità di ascoltare una parte di sé trascurata. E’ un sintomo che va necessariamente colto per poter esplorare e conoscere meglio aspetti interiori di cui non si è consapevoli ma che, come la realtà dimostra, giocano un ruolo decisivo sull’equilibrio psico-fisico.

I Sintomi

In genere, non sempre è semplice accorgersi dei disagi psicologici che vive un proprio familiare poiché, spesso, esso si manifesta in modo altalenante, subdolo e confuso. Al contrario, il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP) è l’unico a presentarsi in modo evidente e ben definito: mostra sintomi visibili ed è delimitato da un momento di inizio e di fine. E’ più semplice da cogliere, ma ciò non significa che sia anche più semplice rapportarsi ad esso piuttosto che ad altre psicopatologie. Chi vive il DAP ne parla nei termini di un’esperienza sconvolgente: un breve ma intenso momento di paura in cui sente di essere in procinto di morire, di impazzire, di perdere il controllo, o di essere colpito da un infarto. Si provano sensazioni di soffocamento, vertigini, palpitazioni, capogiro, nausea, senso di estraneamento dalla realtà. Data la quantità di energie che si mobilitano durante l’episodio di panico, esso ha una durata molto breve che non può superare i venti minuti ma tanto basta a cambiare la vita di chi lo manifesta e dei familiari coinvolti.

Nella fase iniziale, quando ancora non è stata fatta una diagnosi, è difficile che il soggetto con DAP riesca a comprendere e a darsi una spiegazione dell’accaduto, pertanto, risulta impossibile anche per i familiari afferrare il disagio manifestato. Incapaci di capire cosa stia succedendo, i congiunti mostrano diverse possibilità di reazione: dimostrano vicinanza chiedendo direttamente al paziente suggerimenti sul tipo di comportamento da tenere; minimizzano i sintomi; si arrabbiano di fronte agli atteggiamenti di evitamento classificandoli come segnali di mancanza di volontà; si colpevolizzano attribuendosi la causa del problema e sostituendosi al soggetto sofferente in ogni attività egli non riesca più a svolgere.

Protezione e pericolosità del mondo

In linea generale, è possibile affermare che il paziente con DAP è diviso tra il bisogno di protezione dalla pericolosità del mondo e la necessità di indipendenza all’interno del mondo. Egli tende a vivere con ansia ogni stimolo possa minacciare l’equilibrio tra questi due poli. Le relazioni con i familiari sono coinvolte in tali dinamiche poiché loro stessi sono sia causa, sia oggetto di perturbazioni dell’equilibrio del paziente. Quest’ultimo è incline a costruire legami privilegiati nei confronti di chi può garantirgli la costante disponibilità di rassicurarlo e proteggerlo anche a discapito del suo essere autonomo. Per mantenere la vicinanza si può utilizzare, ad esempio, la strategia dell’essere accompagnato in ogni spostamento, oppure di poter richiedere una costante disponibilità di reperibilità telefonica. In questo modo, si rischia di limitare la personale percezione di autonomia per cui il soggetto circoscrive tali strategie a poche persone con le quali vi sia un rapporto affettivo profondo tale da giustificare l’indispensabile vicinanza.

personalità in apparenza autonome e capaci di affrontare situazioni complesse

In modo meno frequente, il DAP compare anche in personalità in apparenza autonome e capaci di affrontare situazioni complesse e difficili. In questo caso, il tema riguarda la sfida con se stessi di essere forti, capaci ed indipendenti. Di fronte alla sintomatologia di panico, anche tali soggetti riferiscono la necessità di stabilire relazioni di vicinanza pur vivendole come un ulteriore fallimento in rapporto al loro bisogno di essere liberi ed autonomi. In tal caso, si rompe in maniera netta la continuità con il vissuto precedente arrivando a nutrire una percezione debole di sé che mantiene alto il rischio di vissuti di panico.

Il soggetto che soffre di attacchi di panico ha scarsa abitudine a riconoscere, vivere e modulare le emozioni e tende a controllare ogni manifestazione come se fosse un elemento pericoloso da combattere. Intorno a sé, egli ha quasi sempre vicino persone che, come lui, si spaventano di fronte all’irrompere dell’ansia e che quindi si prodigano per arginarla alimentando gli stessi circoli viziosi che il paziente già vive internamente.

Ciò che manca a tutti coloro che partecipano alla relazione, è l’intenzionalità dell’agito: le dinamiche familiari si strutturano inconsapevolmente intorno alla patologia ansiosa. La famiglia intera vive l’attacco di panico come un fallimento e partecipa inconsciamente nel tentativo di non far fallire l’equilibrio emotivo.

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